Crisi da covid: i dati delle Acli di Venezia

Le Acli di Venezia hanno reso pubblici i dati d’accesso ai propri servizi, indicatori preziosi sullo stato di crisi dovuto al covid.

“Nella crisi generale innescata dalla pandemia – spiega il presidente provinciale delle Acli di Venezia Paolo Grigolato – è evidente che il nostro territorio sta soffrendo in modo particolare. Come dimostrano tutte le statistiche, la dipendenza dal turismo della nostra economia sta comportando uno tsunami a livello occupazionale, che ci concretizza nei volti e nelle storie delle persone che passano quotidianamente per i nostri uffici”.

Un primo dato evidente arriva dalla gestione del Fondo San Nicolò, istituito dal Patriarcato di Venezia proprio a sostegno delle famiglie in difficoltà economica a causa della pandemia. che vede le Acli collaborare con la Caritas.

“Nella prima fase da giugno a novembre – sottolinea Grigolato – abbiamo assistito nella preparazione delle domande 79 persone, sulle complessive 155 che hanno richiesto il contributo. Nella seconda fase, in soli due mesi da febbraio a oggi, siamo stati contattati da 165 persone, più del doppio, senza contare quelle che si sono rivolte direttamente alla Caritas. Se nei primi mesi della pandemia le famiglie sono riuscite ad arrangiarsi, tra risparmi e ammortizzatori vari, ora la situazione è divenuta drammatica”.

La grande maggioranza delle richieste raccolte dalle Acli, il 75%, arriva da lavoratori del settore turistico, il più penalizzato dalla crisi. Tre quarti dei richiedenti sono di origine straniera, nell’85% dei casi si tratta di famiglie con figli. Il dato delle Acli di Venezia conferma come il turismo a Venezia si basi in gran parte su lavoratori poco qualificati e con scarse tutele contrattuali, in maggior parte stranieri impiegati come camerieri, addetti alle pulizie, facchini, lavapiatti. Ma la crisi colpisce tutti trasversalmente, anche gli italiani, in particolare coloro che devono pensare anche a figli minori.

Altri segnali preoccupanti arrivano poi dai servizi dell’associazione. Il Patronato Acli, a livello provinciale, tra dicembre e marzo ha elaborato 389 domande per il Reddito di cittadinanza, il triplo rispetto alle 126 elaborate nello stesso periodo dello scorso anno. Calano invece del 31% le richieste di disoccupazione, segno di un mercato del lavoro fermo sia in uscita (con il blocco dei licenziamenti) ma anche in entrata: soprattutto nel turismo, molti lavoratori a termine non sono stati riassunti e hanno nel frattempo terminato i periodi coperti dalla Naspi, trovandosi privi di qualsiasi sostegno.

Ancora, nei primi due mesi e mezzo dell’anno il Caf Acli ha elaborato quasi 5.000 Isee ordinari, il 54% di quelli elaborati in tutto il 2020: pesa sicuramente il fatto che, in generale, l’Isee sia sempre più necessario per l’accesso a bonus e contributi, come ad esempio l’assegno unico per le famiglie in partenza nei prossimi mesi. Ma colpisce che le richieste di Isee corrente, che fotografa la situazione economica delle famiglie in modo più aggiornato, siano passate nello stesso periodo da 17 a 107, segno di un forte impoverimento intercorso nell’ultimo anno. Senza contare che la percentuale di Isee sotto i 9.350 euro, la soglia d’accesso al Reddito di cittadinanza, è passata dal 42% al 53%, con una punta dell’82% tra gli Isee correnti.

“Il rifinanziamento del Reddito di cittadinanza, il nuovo Reddito d’emergenza, la garanzia dei ristori – conclude Grigolato – potranno sicuramente rappresentare una boccata d’ossigeno. Ma se non rimettiamo subito al centro il tema del lavoro, attraverso cui ridare autonomia e dignità ai singoli e alle loro famiglie, sarà impossibile uscire da questa situazione”.